Giglio, la conquista (a piedi) del paradiso
- altrevie

- 16 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 17 giu
Appunti sparsi del mio sopralluogo all'Isola del Giglio.
di Marco Bianchi Orazzini guida escursionistica di AltreVie

Due giorni di intenso camminare in lungo e in largo per i sentieri, in parte purtroppo mal curati, della seconda isola per dimensioni dell’arcipelago toscano, l’isola delle capre, cioè l’isola del Giglio.
Circa quaranta chilometri a piedi per un dislivello complessivo di mille e ottocento metri in gran parte sul duro granito e sul bianco calcare del promontorio del Franco.

L’isola è bellissima, rimanda alle atmosfere della parte ovest dell’Elba ma con tracce ampiamente diffuse delle storiche coltivazioni della vite, su arcaici terrazzamenti in pietra e oggi ripresa da viticoltori “eroici”.
Dai saliscendi continui lungo costa, ai goderecci tratti pianeggianti e panoramici interni, si possono raggiungere baie e cale che in questo periodo di inizio giugno sono frequentate da turisti fortunati per il bel tempo.
Ecco, giugno non è invece il mese migliore per camminare al Giglio, lo sapevo ma non avendo avuto altre disponibilità me ne sono fatto una ragione.

Mi armo di litraggi adeguati di acqua, e cambio la mia maglia continuamente, lasciando quella bagnata ad asciugare al mio zaino, con delle comode spille da balia; anche su questo il cammino di Santiago è stato un grande maestro.
Il corso da guida invece mi ha insegnato a cercare acqua nei cimiteri, quando le riserve scarseggiano; fortunatamente quello di Giglio Castello ha il cancello aperto quando alle 15:30 e sotto il solleone sono rimasto con le ultime gocce in borraccia.

Giglio Castello è un meraviglioso borgo medievale dal fascino senza tempo. nel bel mezzo del crinale dell’isola; fortificato dai pisani e poi preso dai fiorentini quando iniziarono a dominare quasi tutta la Toscana. Tra i suoi vicoli ombreggiati, da dove ogni tanto spunta l’azzurro del mare ci si perde volentieri per poi ritrovarsi in assolate piazzette con i panni stesi ad asciugare.

Fuori dal borgo antico la parte “moderna”, con i ristoranti e i bar: in uno di questi mi fermo per prendermi una beverone tipo enervit, ho bisogno di sali da reintegrare; leccherei sale dalla mia maglia appesa ad asciugare, come vidi fare a delle disinvolte mucche in un’escursione di qualche anno fa nel Parco del Gran Paradiso, tanto
ne ho bisogno.
Isola delle capre ho scritto all’inizio; anche se di capre non ce ne sono, il nome Giglio sembra derivare dal termine greco "Aegylon" che in greco significa capre appunto, per la massiccia presenza in antichità di capre selvatiche.
La notte l’ho passata nel bellissimo campeggio di Giglio Campese, l’altro paese nel versante opposto di Giglio Porto, dove si arriva col traghetto.

Dopo aver sistemato la mia tenda mi sono goduto un po’ del meraviglioso mare da uno degli accessi alle scogliere del campeggio.
Tra gli incontri, in questi due giorni, quello con Siegfried è stato il più interessante. Un longilineo tedesco di (credo) quasi ottanta anni che mi sono visto davanti sul sentiero 309, che da Campese porta a Giglio Castello. Indossa un paio di sandali in pelle, e dopo esserci salutati mi racconta che conosce l’isola dal ‘59, quando senza un soldo veniva a fare immersioni, campeggiando nella proprietà di un ristorante che gli concedeva uno spazio per la sua tenda. Tra un passo e l’altro mi racconta che ogni anno torna e che da almeno dieci anni non vede più delfini al Giglio: “troppo rumore, troppe barche che ronzano intorno all’isola”
Conosce a memoria il sentiero e mi dice, col suo saggio sorriso stampato sulla faccia, che tra poco questo tratto ripido finirà per confluire in un tratto più comodo e ombreggiato che lui adora. E’ così, io mi fermo a fare il mio cambio maglia all'ombra e lui continua col suo passo costante e con i suoi inseparabili sandali: “con questi faccio tutti i sentieri dell’isola”!, “Contento te..”, penso.

Alcuni dei sentieri che ho percorso li ho "ripuliti" dai rovi armato di forbici; ci sono problemi di finanziamento per la manutenzione della sentieristica, spero che la cosa si risolva presto per il bene di tutti, escursionisti e non.

In ultimo una riflessione: arrivare a cale o baia paradisiache dopo le escursioni è una conquista tutta speciale, chi ama camminare lo sa e sa cosa intendo del piacere che si prova nell’arrivare alla meta dopo una giornata di cammino o a bersi qualcosa di rigenerante al tavolo di un rifugio. . Io mi ricordo ancora oggi, ad esempio, di una succulenta mela, che mi mangiai nella mia prima traversata dell’Elba da solo, un bel po’ di anni fa.
Fu la cosa più buona mangiata su questa terra dopo che mi ero perso e avevo finito tutta l’acqua.





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